Data: 17/08/2012
 

Bioinvasioni, la minaccia nell'acqua di zavorra

Scenari, metodi di prevenzione e misure dell’Organizzazione Marittima Internazionale. Decenni di ritardi e una Convenzione, ancora non ratificata dall’Italia, invitano a riflettere sulla salvaguardia dei mari e della biodiversità

Bioinvasioni, la minaccia nell'acqua di zavorra

Il 22 maggio è stata celebrata in tutto il mondo, istituita nel 2002 dall’Onu, la Giornata internazionale della diversità biologica, quest’anno dedicata alla vita dei mari. La data è simbolica, proprio il 22 maggio del 1992 a Nairobi, in Kenia, l’Onu ha adottato la Convenzione sulla diversità biologica, aprendola alla firma il 5 giugno durante la conferenza di Rio de Janeiro su ambiente e sviluppo. Ora, quali sono le principali minacce per gli ecosistemi marini e costieri? L’inquinamento, ad esempio, l’eutrofizzazione, la degenerazione, cioè, delle acque a causa della forte presenza di sostanze fertilizzanti, la pesca eccessiva, con l’impoverimento degli stock ittici, i cambiamenti climatici, l’alterazione degli habitat, nonché le bioinvasioni, quando specie aliene, cioè, riescono a prevalere su quelle locali con la conseguente perdita di biodiversità. Molte viaggiano con l’acqua di zavorra delle navi, ormai riconosciuta come principale vettore di specie al di là dei confini biogeografici. Il fenomeno è globale, con ripercussioni su ecosistemi, salute, economie locali. Secondo stime dell’Organizzazione Marittima Internazionale, l’agenzia Onu per la sicurezza della navigazione e la prevenzione dell’inquinamento marino, con sede a Londra, ogni anno vengono riversate nelle acque di tutto il mondo fra i tre e i dieci miliardi di tonnellate di acqua di zavorra. Cifre destinate ad aumentare con la crescita del traffico navale e del commercio mondiale via mare. Nell’acqua di zavorra si annida di tutto, virus, batteri, microbi, piccoli invertebrati, uova, cisti, larve, organismi bentonici allo stadio planctonico. Durante il viaggio, mancanza di cibo e luce impediscono a molte specie di sopravvivere, a differenza di quanto spesso accade per uova, larve, cisti di resistenza. Dopo il dezavorramento, se temperatura e salinità dell’acqua sono simili a quelle del luogo d’origine, è più facile che le specie aliene attecchiscano, in caso contrario, molte moriranno subito dopo il rilascio della zavorra, mentre altre ancora riusciranno, appunto, ad ambientarsi, come la Ulva ohnoi, un’alga dei mari orientali giunta tempo fa a Napoli con un cargo della rotta di Singapore proveniente da Port Said, in Egitto. L’alga fu rinvenuta su un filtro con cui era stato setacciato un campione di acqua di zavorra risultato positivo al microscopio a fluorescenza e messo a coltura in condizioni simili a quelle locali. La ricerca, condotta dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, è riuscita a dimostrare come forme microscopiche di alghe possano affrontare lunghi viaggi al chiuso delle casse-zavorra in condizioni ostili, come la prolungata assenza di luce, salvo impiantarsi in condizioni favorevoli alla crescita, fra queste, come nel caso del Mediterraneo, la sua progressiva tropicalizzazione, ciò che faciliterà sempre più l’arrivo di specie di origine tropicale e sub-tropicale e la loro permanenza nel nuovo habitat. Molte sono migratorie ed entrano nel Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Suez mentre altre vi giungono clandestinamente complici le zavorre delle navi, i fanghi residui delle cisterne, le incrostazioni delle carene, le àncore. Nel Mar Piccolo di Taranto, sede di diversi impianti di mitilicoltura, di un porto peschereccio e di uno militare, negli ultimi anni sono stati ad esempio rinvenuti organismi tropicali e subtropicali, molluschi, crostacei, pesci, alghe tanto da rendere necessario il costante monitoraggio del bacino e non a torto se si pensa che qui è arrivata la Akashiwo sanguinea, una microalga plantonica di tipo tossico. Sono ormai diversi i paesi che fronteggiano l’emergenza, ricorrendo a leggi locali, promuovendo studi e ricerche, aderendo a iniziative di respiro internazionale, mentre nel 2004, dopo anni di dibattito, l’Organizzazione Marittima Internazionale ha adottato la Convenzione per il controllo e la gestione delle acque di zavorra e dei sedimenti delle navi. E' possibile arginare il fenomeno? In un primo tempo si pensò di non rilasciare la zavorra se non quando strettamente necessario o ancora di imporre alle navi un viaggio più lungo costringendo eventuali forme di vita ad una maggiore assenza di luce. Fu quindi la volta dello svuotamento delle casse in mare con l’imbarco di zavorra fresca. Difficilmente gli organismi oceanici e d’alto mare potranno adattarsi all’ambiente costiero o d’acqua dolce, fu la spiegazione dell’Organizzazione Marittima Internazionale. Oggi c’è chi pensa che ciò potrebbe al contrario fornire nuovo ossigeno e nuove sostanze nutritive agli organismi rimasti intrappolati nelle casse con il rischio non troppo lontano di rimettere in moto il meccanismo. Lo svuotamento delle casse in mare anziché nei porti e nelle acque costiere, dove è tuttavia prevista la creazione di apposite zone per lo svuotamento della zavorra, è ancora contemplato, così come il flusso continuo, dove l’acqua viene pompata senza sosta. Effettuare lo scambio delle zavorre in mare e durante la navigazione è rischioso, dicono gli armatori, oltre che dispendioso tanto che la tendenza è ormai per il rilascio di zavorra trattata a bordo nave. Diversi i metodi, si va dal filtraggio alla separazione ciclonica, dalla clorazione alla elettrolisi, dal trattamento con raggi ultravioletti a quello con ultrasuoni, dalle scariche elettriche alla sterilizzazione tramite ozono passando per i trattamenti termici e la riduzione dei livelli di ossigeno disciolto. Per quei metodi che ricorrano a sostanze attive, l’ultima parola spetta comunque all’Organizzazione Marittima Internazionale chiamata a valutarne l’impatto su ambiente, sicurezza della nave ed equipaggio. Il processo di certificazione prevede test di laboratorio, esperimenti su scala reale sia a terra che a bordo nave, esami su acque dalla salinità e torbidità diverse. Il sistema PureBallast System delle svedesi Alfa Laval e Wallenius Water AB è stato il primo ad aver superato il vaglio delle autorità. Esso si basa sulla Advanced Oxidation Technology (AOT) un processo privo di sostanze chimiche, simile a quello delle finestre auto-pulenti di automobili e grattacieli, dove la crescita degli organismi è impedita da una reazione che si sviluppa quando una fonte di luce colpisce un catalizzatore. Progettato come un blocco unico, in base al volume di acqua da trattare il PureBallast System consta di una o più unità AOT a catalizzatori di biossido di titanio. Colpiti dalla luce emessa da lampade UV, questi innescano una reazione con la conseguente formazione di radicali idrossilici che scompongono i microrganismi e i batteri distruggendone la membrana cellulare. I radicali idrossilici risultano essere più efficienti delle tecniche di irraggiamento dove si ha la distruzione del solo DNA degli organismi che si vogliono neutralizzare. Durante lo zavorramento, l’acqua viene immessa nel sistema passando attraverso un filtro da 50 micron che provvede alla rimozione delle particelle e degli organismi più grandi. Trattata dalle AOT, dove viene liberata da eventuali microrganismi, essa viene quindi trasferita alle casse-zavorra mentre un liquido biodegradabile ripulirà ciascuna AOT impedendo, come effetto del passaggio della zavorra, la formazione di incrostazioni lungo le pareti. Per poter distruggere eventuali organismi formatisi nelle casse durante il viaggio, prima che possa abbandonare la nave, l’acqua viene sottoposta a un ulteriore trattamento, senza tuttavia passare dal filtro, procedura che, con il trascinamento delle impurità, rischierebbe di contaminare il luogo di dezavorramento. Per il futuro, accanto agli sforzi degli organi legislativi, saranno sempre più scienza, tecnologia e settore marittimo a convergere su metodi comuni per contrastare il fenomeno. Senza dubbio la sfida più importante che gli armatori si troveranno ad affrontare riguarderà la scelta e l’adozione di trattamenti sempre più efficaci e sofisticati, una mano al ruolo vitale del trasporto navale all’interno del commercio mondiale e dell’economia globale.

Stefania Elena Carnemolla - Milano

 

 

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