Data: 12/04/2013
 

Pirateria, il governo e la lobby delle scorte armate

Il pirata non distingue, tutto ciò che può portargli guadagno, è suo. Non pochi sono, infatti, gli armatori disposti a pagare per il rilascio della nave e del suo carico. Monti e il business politico-militare di Palazzo Chigi

Pirateria, il governo e la lobby delle scorte armate

Sono un pirata, sono un signore, cantava Julio Iglesias. I pirati del XXI secolo tutto sono, però, fuorché signori. Hanno basi, armi, uomini, carne d’assalto che mandano in mare a bordo di barchini o pescherecci camuffati, catturano navi, chiedono riscatti, tengono sotto scacco gli armatori. 

La pirateria è un business
. Mercantili, pescherecci, navi crociera, catamarani. Il pirata non distingue, tutto ciò che può portargli guadagno, è suo. Non pochi sono, infatti, gli armatori disposti a pagare per il rilascio più che dell’equipaggio, della nave e del suo carico. Quando tempo fa le rotte commerciali furono deviate, con incidenza su costi e durata del viaggio, i pirati se li ritrovarono anche là. Col tempo la pirateria s’è, infatti, organizzata e diffusa a macchia d’olio. Poi, al largo della Somalia, nell’Oceano Indiano e nelle zone di mare infestate, sono arrivate le navi militari, ancora oggi benedette dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), agenzia Onu con sede a Londra, che vede di buon occhio solo marine da guerra e coalizioni anti pirateria a guida Nato e Unione Europea. Tempo fa ci fu anche chi pensò d’inseguire i pirati fin dentro le acque nazionali, trovando l’opposizione delle autorità somale e facendo storcere il naso anche in sede Onu, ciò che lasciò ai pirati la possibilità di andare e venire a piacimento dalla costa all’alto mare. Fino a quando non si disse che la pirateria era la proiezione sul mare del disagio di terra e che era là che andava combattuta. I commerci non possono aspettare, fu la risposta. La pirateria è una piaga per il commercio mondiale via mare, un affare per i produttori di armi e i signori della guerra, che con i riscatti comprano armi, una manna per i professionisti del riciclaggio di danaro sporco.

E in Italia?
Il 27 luglio 2005, dopo due assalti contro navi italiane al largo della Somalia, Confitarma espresse forte preoccupazione, tanto da chiedere aiuto al Ministero della Difesa e, in particolare, alla Marina Militare. Quell’estate il pattugliatore di squadra Granatiere inaugurò le missioni anti pirateria, partendo per il Corno d’Africa, dove poter incrociare a sicurezza delle navi italiane in transito in quel tratto di mare. In tutti questi anni molti attacchi sono stati sventati grazie a navi militari. Una nave militare può, infatti, ordinare a un suo elicottero di alzarsi in volo e sorvolare zone dove siano state individuate unità sospette o ancora entrare subito in azione con mezzi adeguati a protezione di mercantili con pirati a bordo. Col tempo, però, ci si è resi conto che non tutte le zone di mare potevano essere pattugliate, un asso nella manica per i pirati, che sono così riusciti a rompere la maglia protettiva e prendere d’assalto i mercantili.

Fino al 2010 Confitarma
era contraria all’uso di armi a bordo delle navi commerciali. “Nonostante la situazione sia ogni giorno più gravosa” così Paolo D’Amico, presidente Confitarma “confermo che al momento la posizione di Confitarma, conforme alle indicazioni delle principali associazioni internazionali (IMO, Intertanko, Intercargo e BIMCO) e d’intesa con la Marina Militare e la Guardia Costiera, è in linea di principio contraria all’uso delle armi e di personale armato a bordo delle navi mercantili di bandiera, fatte salve alcune fattispecie particolari, come viaggi in zone sensibili di unità da crociera, unità particolarmente vulnerabili o pescherecci d’altura”.
Anche se, all’epoca, negli ambienti Confitarma era già stata avviata, comunque, una verifica sulla possibilità di dotare le unità mercantili italiane di personale privato armato. Poi, nel 2011, il cambio di fronte, anche negli ambienti militari. Il 12 luglio, con Berlusconi presidente del Consiglio, misure urgenti anti pirateria furono, infatti, incluse nel decreto legge 107 sulla “proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia”. L’articolo 5 del decreto apriva, a sorpresa, la strada alla possibilità di accordi fra il Ministero della Difesa e il mondo armatoriale per l’imbarco a bordo di navi italiane battenti solo bandiera italiana di personale militare, i cosiddetti Nuclei Militari di Protezione o NMP, provenienti dalla Marina Militare e altre Forze Armate. Il decreto, rifacendosi a un regio decreto del 18 giugno 1931, apriva anche uno spiraglio, ma a determinate condizioni, ai team privati, ponendoli, tuttavia, sin da subito, in posizione subalterna, ciò che assegnava al Ministero della Difesa il ruolo di attore privilegiato. Il decreto racchiudeva, cioè, un tentativo di monopolio mascherato, confermato il 2 agosto 2011 con la conversione in legge dell’impianto sostanziale del decreto, ciò che dava al Ministero della Difesa il via libera all’organizzazione di speciali nuclei anti pirateria, senza dover soffrire dell’eventuale concorrenza privata, che, non a caso, è ancora oggi su carta.

Il 1° settembre 2011
, con un decreto, il ministro della Difesa Ignazio La Russa individuò gli spazi marittimi a rischio pirateria dove, in virtù del decreto legge 107/2011 e della legge 130/2011, era possibile imbarcare Nuclei Militari di Protezione, e quindi la porzione dell’Oceano Indiano delimitata a nord ovest dallo stretto di Bab el Mandeb, a nord dallo stretto di Ormuz, a sud dal parallelo 12° S e a est dal meridiano 78° E. L’11 ottobre 2011, poco prima della caduta del governo Berlusconi, il Ministero della Difesa siglò con Confitarma un protocollo d’intesa che disciplinasse, a spese degli armatori, l’impiego dei Nuclei Militari di Protezione destinati al naviglio mercantile. Ancora oggi solo i team militari possono proteggere le navi. Non così quelli privati, che devono invece essere autorizzati, così come previsto dal regio decreto del 18 giugno 1931, dal ministro dell’Interno e dal prefetto. Non solo, la legge prevede che sulle navi battenti bandiera italiana possano essere imbarcati solo team privati italiani, con ciò tagliando fuori la concorrenza straniera. Non è un caso, si dice nell’ambiente, che qualche armatore italiano abbia immatricolato le proprie navi all’estero, imbarcando contractor stranieri, figure ormai particolarmente richieste e al centro di un vorticoso giro d’affari.

Il decreto attuativo a favore dei privati
è stato più volte sollecitato da Confitarma, che per quasi un anno e mezzo ha trovato forti resistenze nella lobby politico-militare del governo Monti, tanto da costringere, il 23 aprile 2012, Paolo D’Amico a richiamare il governo, chiedendogli un “rapido completamento dell’impianto normativo con il decreto regolamentare che dovrà consentire l’imbarco anche di team privati ove non fossero disponibili NMP”. Ciononostante, D’Amico esprimeva “l’apprezzamento dell’armamento italiano” per l’impianto normativo della legge 130 del 2011, nonché per la “proficua collaborazione avviata con la Difesa in merito all’imbarco dei Nuclei Militari di Protezione sulle navi mercantili italiane” che “dall’ottobre scorso ha evitato numerosi attacchi alle nostre unità”. Secondo i dati diffusi da Confitarma, dal 2005 al 2012 nell’Oceano Indiano sono state, infatti, attaccate quarantuno navi italiane, di cui quattro sequestrate dai pirati somali, mentre ogni giorno sono presenti nell’area a rischio pirateria fino a dieci mercantili italiani. Dall’entrata in vigore della legge 130/2011 sono state inoltre assicurate dai “marò italiani circa 160 protezioni a naviglio italiano e relativo equipaggio”, ciò che ha portato a una “drastica riduzione nel numero degli attacchi”, mentre “non si sono registrati sequestri”. Anche a livello mondiale, ricorda ancora Confitarma, da quando è stata “incrementata la difesa attiva a bordo delle navi in viaggio nell’Oceano Indiano”, i sequestri sono diminuiti, tornando ai livelli del 2007, con due sole navi ancora nelle mani dei pirati somali. Le scorte armate funzionano e non sorprende che in Italia ci siano state e ci siano ancora resistenze contro l’ingresso dei team privati.

Intanto, il 29 marzo 2013
, con diversi mesi di ritardo, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto 266 del 28 dicembre 2012 del Ministero dell’Interno con il “Regolamento recante l’impiego di guardie giurate a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana, che transitano in acque internazionali a rischio pirateria”. Un decreto ancora lettera morta, tanto da far insorgere Confitarma, che il 4 aprile s’è trovata costretta a chiedere al ministro dell’Interno “l’immediata apertura di un tavolo” cui invitare i rappresentanti di Confitarma, del ministero dell’Interno, della Difesa, degli Esteri e dei Trasporti, nonché degli istituti di Vigilanza, e questo per poter “verificare con urgenza l’operatività del Decreto”, nonché “coordinare le migliori procedure per la sua effettiva entrata in vigore”. Non solo, a complicare le cose c'è anche il mancato avvio di corsi teorico-pratici, previsti per legge, destinati alle guardie private, tanto da spingere Confitarma a chiedere al presidente del Consiglio e al ministro dell’Economia e Finanze di prorogare al 31 dicembre 2013 la data, che la legge di stabilità attualmente fissa al 30 giugno, come “termine di scadenza per impiegare guardie giurate che non abbiano ancora frequentato i corsi teorico-pratici, a condizione che abbiano partecipato per un periodo di sei mesi, quali appartenenti alle Forze Armate, alle missioni internazionali, in incarichi operativi, e che tale condizione sia attestata dal Ministero della Difesa”. Confitarma non ci sta. Non c’è dubbio, ha, infatti, rincarato Paolo D’Amico, che a causa della “assoluta mancanza di tali corsi di formazione” e in “assenza di proroga”, il decreto 266/2012, che “già necessita di ulteriori interventi di carattere amministrativo per essere reso operativo”, non potrà trovare “alcuna applicazione annullando così il lavoro svolto e rendendo di fatto impossibile il ricorso ai team privati a bordo delle nostre navi”. La lobby politico-militare del governo Monti ha colpito ancora.

Stefania Elena Carnemolla - Milano

Link: Stefania Elena Carnemolla - Tiscali-Socialnews

 

 

 

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