Data: 09/11/2012
 

Perché oggi le piogge acide non fanno più paura?

Multinazionali, potere politico e governance ad alti livelli puntando ancora ad uno sviluppo non-sostenibile incuranti delle conseguenze. Si "disinteressano" alle verità scomode che i ricercatori e la natura ribelle portano "a galla". Siamo prevenuti sulla prevenzione?

Perché oggi le piogge acide non fanno più paura?

E' da qualche decennio che i giornali e telegiornali di mezzo mondo ci annunciano il diluvio universale, la catastrofe suprema, la fine divina per mano dell’uomo che “bistrattando” la natura ne raccoglie il frutto nefasto (e giusto) di una miope politica di industrializzazione. Oggi sono le alluvioni e gli uragani, ieri erano le piogge acide a riempire le cronache dei disastri. E oggi come ieri - il buco all'ozono, il surriscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai e il gas serra - dipendono soltanto da noi. Dalle nostre scelte.

Erano gli anni '80 e l'inquinamento atmosferico era sulla bocca di tutti: quando piove, cade acido solforico. Chi non se lo ricorda non era nato, oppure frequentava la scuola dell'infanzia. Oggi sembra che il tempo passato abbia consegnato alla storia dell’ambiente la nozione e la scoperta delle pioggia acida. Perché? Non sono più un problema? Non lo erano neanche allora? Per definizione, le piogge acide hanno un pH inferiore a 5,6. Valore quest'ultimo che rappresenta il pH assunto dall'acqua distillata quando raggiunge l'equilibrio con il biossido di carbonio atmosferico (CO2). 

Quelle emissioni di acido solforico risultanti, distillate dall'acqua piovana, analizzate e classificate sono state conservate, pile di studi in merito si trovano in abbondanza ed a disposizione del cosiddetto pubblico “più vasto”. Sono a portata di tutti, basta cercarle. Basta respirarle. Proprio così. Sono nell'aria, sono le emissioni delle centrali elettriche che bruciano carbone e petrolio, quelle che continuano a diffondersi ancora oggi mediante condensazione e attraverso poi le precipitazioni. L’acqua, la neve, la nebbia e la rugiada si uniscono alle particelle chimiche di nitrati e zolfo per produrre acido che corrode ed impoverisce il suolo sul quale precipitano. Gli acidi così prodotti - solforico e nitrico - permeano nel suolo, nei laghi, nei corsi d’acqua modificando il pH dell’ambiente, attestandosi su valori tra il 2 e il 3.

Il danno che ne deriva estingue la vita, la vegetazione si spegne e la natura così aggredita diventa sterile. Nelle città questi acidi favoriscono il deterioramento precoce dei rivestimenti edili, corrodono i monumenti, sono anche fonte di disturbo di salute pubblica: incrementano allergie e crisi asmatiche nelle nuove generazioni. In rare occasioni questo fenomeno si è manifestato in natura e non antropogenica, come conseguenza di eruzioni vulcaniche.

Un'eredità pesante e che via via ha incrementato il problema della deforastazione ed aumentato la consapevolezza che lo sviluppo non-sostenibile manifesta a tutti noi le conseguenze della miopia di una politica energetica che ancora oggi, nei fatti, guarda soltanto agli idrocarburi. La conversione alla greenenergy si limita a finanziamenti ed agevolazioni per aziende e privati. Quale nazione o paese industrializzato ha cambiato radicalmente rotta? Nessuno. Quale governo ha detto: basta? Nessuno. Tentativi felici di singoli sindaci. Ma davvero non basta. Non serve.

Di questi giorni le conclusioni della IEA che non possiamo ignorare (al di là delle finalità stesse del rapporto): l’Agenzia Internazionale per l’Energia nel suo report World Energy Outlook 2012 sostiene che i due terzi di tutte le riserve combustibili fossili accertate devo rimanere nel sottosuolo, se il mondo è seriamente intenzionato ad evitare i cambiamenti climatici catastrofici. Le emissioni di CO2 derivate dalla combustione di combustibili fossili stanno destabilizzando il nostro clima, da qui al 2025 potrebbero essere realizzate 700 nuove centrali a carbone.

Trent'anni e più sono passati dalle prime rilevazioni sui laghi intorno a Adirondacks Park nell'upstate di New york, quando si registrarono punte di acidità del 3.3. I laghi persero la loro fauna autoctona e la vegetazione subì un “fermo”. Così come è accaduto in Canada nella regione dell’Ontario, dove per decenni si è osservato e studiato gli effetti delle pioggie acide. Anche l’Europa ha pagato le conseguenze della corsa energetica a combustibile fossile, i lochs Scozzesi sono in fase di “guarigione” dall'acidificazione ma ancora portano i segni di un profondo malessere da inquinamento; in Germania, Polonia, Scandinavia sono stati scoperti “depositi acidi” risalenti agli anni 50.

Uno studio storico sugli effetti della devastazione di cui ho parlato è consultabile su Internet, analizza le conseguenze della pioggia acida a partire da valori modesti, come quelli registrati del IX secolo, titolo dello studio: Anthropogenic sulfur dioxide emissions: 1850-2005. Evidenze di un passato scomodo e dal quale stiamo cercando di affrancarci, tuttavia l’accelerazione industriale ed il problema energetico hanno solo cambiato latitudine, paesi emergenti stanno ricadendo nell'errore di uno sviluppo unicamente basato sui carburanti fossili che l’emisfero nord ha sperimentato tra gli anni 50 ed gli anni 90.

Brasile, Cina, India e parte degli altri paesi emergenti stanno puntando ad uno sviluppo non sostenibile incuranti delle conseguenze. Le multinazionali - che spesso sono le prime a fornire fondi alle università di tutto il mondo - si stanno "disinteressando" alle verità scomode che i ricercatori hanno portato a galla. Ricatti che si intersecano con potere politico e governance ad alti livelli in nome dello sviluppo, dell’occupazione e del rilancio economico.

Le emissioni globali di CO2 sono cresciute del 2,5% nel 2011 toccando il valore record di 34 miliardi di tonnellate secondo il Germany renewable energy institute. Per il direttore dell'istituto Norbert Allnoch, se non si fa qualcosa per invertire questo trend, le emissioni dovrebbero aumentare di un ulteriore 20% nel giro di otto anni toccando quota 40 miliardi di tonnellate. La Cina guida questa classifica con 8,9 miliardi di tonnellate, un incremento di 600 milioni rispetto all'anno precedente. Quasi il 50% in piu' degli Stati Uniti che la seguono con 6 miliardi di tonnellate di CO2 emesse nel 2011. Al terzo posto l'India, poi Russia, Giappone e Germania.

La tecnologia anche in questo campo offre modesti contributi al monitoraggio e alla prevenzione, tuttavia questo gap sta fortunatamente riducendosi in Cina con l’uso di software assistants alla produzione e dismissione di gas nocivi, alcune delle ciminiere che liberano i gas di scarico per la produzione di energia vengono dotate di dispositivi per la cattura di metalli. In India si sta sperimentando il riutilizzo dell’acqua piovana come veicolo per la distribuzione di un bene prezioso che scarseggia in alcune delle provincie esposte all’incertezza stagionale dei monsoni, è facile prevedere gli effetti di propagazione dei gas di scarico nel Nord ovest industrializzato del paese che in una sfida di crescita e sviluppo con la Cina.

La combustione del carbone e degli idrocarburi derivanti dal petrolio è il vero colpevole. Oggi lo sappiamo, non abbiamo più scuse proprio sulla base dei successi ottenuti nella riconversione ed abbandono dello sfruttamento energetico fossile. La salute del nostro pianeta, la diffusione e consolidazione delle acidificazioni, non può prescindere dall’unico fattore che ha ridotto l’effetto devastante di un secolo di industrializzazione a base di carbone e petrolio: la prevenzione. Oggi non possiamo permetterci di essere prevenuti sulla prevenzione.

Carlo Bochicchio - Londra 


P.s:
Vi lascio in visione questo video di Greenpeace - All'Enel non è piaciuto. Indovinate perché?

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